A Sologno

   
La nuda curva del grottone. Di notte. Ed ecco un lungo serpente illuminato, incastonato nel cielo viola, stagliato contro il cupo Ventasso. Benigna ombra negli aridi pomeriggi, cupo mostro invadente dopo il tramonto.
Ti folgora questo lungo gigante sdraiato, dopo paesini, casupole, borgate sparse qua e là. Si stupisce l’occhio davanti a questo capolavoro. Così naturale.
Il bel Castello, da secoli orgoglioso, in piedi quasi per miracolo, abbarbicato alla roccia con ruderi spettrali e cadenti, invasi dall’edera e dalle frasche.
Racconta storie antiche di donne con lunghe donne e fazzoletti annodati alla nuca. Di rudi uomini: zappa in spalla e scarponi chiodati.
Di lunghe sere passate nei metati fumosi a sfrascare “il frumentone”, dove un vecchio racconta “la canzone”, i giovani sghignazzano maliziosi, tra sguardi sottintesi e desideri prorompenti.
Dove i bimbi con i vestiti stretti e il moccolo al naso frignano di fame; dove si piangono anche i morti. Insieme.
E l’impervia arida Stetta, dove arditi giovanotti si arrampicano speranzosi nelle sagre. In cerca di donne, in cerca d’amore.
E l’amena Villa, che si allarga come una grande goccia d’acqua all’ombra del boscoso Cafaggio; Giano bifronte: morbida faccia materna, colonizzata da contadini operosi e infaticabili, a sud; impervia a nord, dove castagni fecondi celano scoscesi e ripidi pendii degradanti al Secchia.
Dolce Sologno. Dalla parlata strana e dalla gente ospitale. Dai giovani onesti, matti come la strada. Dalle donne sveglie, ma gelose del passato, come mogli, come madri e come cuoche.
Bel paese del mio cuore.
Dove tornare ogni volta con gioia e da dove ripartire ogni volta con un po’ di angoscia e struggimento. Come se perdessi un pezzo d’anima e non la ritrovassi più.
Anna Giorgini